Sindrome di Lynch: una battaglia per non rimanere invisibili

04/08/2025


La Fondazione Mutagens, ente del terzo settore che supporta pazienti con sindromi ereditarie di predisposizione ai tumori, in partnership con F.A.V.O. (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) e con la sponsorship di GlaxoSmithKline (GSK), ha avviato il Progetto Pro-Lynch per promuovere consapevolezza, equità di accesso e presa in carico dei portatori di questa sindrome ereditaria tumorale.

Ricordiamo che la sindrome di Lynch, conosciuta inizialmente come cancro colorettale ereditario non poliposico (HNPCC), è una condizione genetica che predispone allo sviluppo di diversi tumori, in particolare del colon-retto e dell’endometrio. È causata da mutazioni nei geni deputati alla riparazione del DNA (MLH1, MSH2, MSH6, PMS2 ed EPCAM) ed è trasmessa in modo autosomico dominante. In Italia si stima che oltre 215.000 persone siano portatrici della sindrome.

La condizione è ancora poco conosciuta. Il rischio oncologico per i portatori è molto elevato: fino all’80% per il tumore del colon-retto e fino al 60% per quello dell’endometrio, con un aumento significativo anche per altri tipi di tumore, tra cui ovaie, stomaco, pancreas, cervello, prostata e vie urinarie.

Il progetto Pro-Lynch si articola in una serie di azioni coordinate, volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni e a restituire centralità alle persone con sindrome di Lynch.

Elemento centrale del progetto è la survey nazionale, che, nel mese di maggio, ha coinvolto esperti, che hanno approfondito i principali aspetti genetici, clinici e preventivi della sindrome, e centinaia di portatori sani e pazienti oncologici, per fotografare, in modo accurato, i bisogni, le aspettative e le criticità legate alla gestione clinica e alla qualità della vita.

Il profilo dei partecipanti ha evidenziato una netta prevalenza femminile (78%), con una concentrazione maggiore nella fascia d’età over 40 (63%) e un’ampia rappresentanza dal Nord Italia (48%).

La maggior parte dei rispondenti vede la propria condizione principalmente come un rischio e una fonte di preoccupazione, con notevoli differenze in base al sesso e all'età. Le donne (63%) tendono a percepirla come un rischio, mentre gli uomini (54%) specialmente i più giovani (80%) la vedono come un'opportunità di prevenzione e diagnosi precoce.

Dalle risposte emerge, con forza, un bisogno, urgente e ancora poco soddisfatto, di informazione, accesso equo ai servizi e supporto concreto nella gestione della malattia.

Il 42% degli intervistati, ad esempio, ha segnalato difficoltà ad accedere ai test genetici, a causa della scarsità di informazioni e della mancanza di strutture adeguate. Anche sul fronte della prevenzione farmacologica, le lacune sono evidenti: il 49% dei partecipanti ha dichiarato di non aver ricevuto proposte di interventi preventivi farmacologici o chirurgici e il 79% non conosce i benefici dell’aspirina nella prevenzione del tumore al colon.

Il tema dello stile di vita, fondamentale per la prevenzione, resta in secondo piano: solo il 28% dei partecipanti ha dichiarato di seguire indicazioni mediche specifiche soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione, mentre il 42% non adotta alcuna misura preventiva.

Anche sul versante della sorveglianza clinica si registrano criticità: nonostante il 61% dei partecipanti segua un programma di sorveglianza, il 46% degli over 40 lo ritiene migliorabile, indicando criticità nel monitoraggio. Inoltre, emergono numerose segnalazioni di difficoltà logistiche, mancanza di centri specializzati e complessità nell’organizzazione dei follow-up. La colonscopia, esame di riferimento per la diagnosi precoce, è vissuta con disagio dal 63% degli intervistati, che auspicano alternative meno invasive.

Nonostante tutto, l’apertura verso l’innovazione è evidente. Il 49% del campione si è dichiarato favorevole all’utilizzo della biopsia liquida come metodica di diagnosi precoce non invasiva e ben il 91% si è detto pronto a considerare vaccini terapeutici e preventivi, qualora disponibili in futuro. Indicatori chiari di un’utenza informata, attenta e pronta a partecipare attivamente alla propria salute, se adeguatamente ascoltata e coinvolta.

I risultati confluiranno, poi, in un position paper, che, oltre ai dati emersi, evidenzierà anche le principali lacune normative e amministrative che impattano sulla qualità della vita dei portatori.

Il documento sarà sottoposto alle istituzioni sanitarie nazionali e regionali, con l’obiettivo di promuovere un miglioramento concreto della presa in carico, a partire dall’inserimento del test universale reflex per la diagnosi della sindrome nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).

Le dieci proposte contenute nel documento toccano i nodi più urgenti della presa in carico:

1. Inserire nei LEA il Test universale reflex sui soggetti affetti a colon-retto e endometrio

2. Inserire nei LEA lo screening genetico a cascata sui familiari sani

3. Armonizzare e formalizzare i PDTA Regionali (Reti Oncologiche)

4. Formalizzare ed estendere l’attuazione dei PDTA Ospedalieri/Territoriali

5. Favorire la costituzione dei GOM (Gruppi Oncologici Multidisciplinari) dedicati

6. Estendere l’accesso ai test immunoistochimici e molecolari a fini terapeutici

7. Estendere l’accesso alle terapie personalizzate (immunoterapia in primis)

8. Inserire nei LEA la chirurgia profilattica di riduzione del rischio (utero e ovaie)

9. Inserire nei LEA i percorsi di sorveglianza per i portatori sani asintomatici

10. Promuovere i percorsi di prevenzione su alimentazione e stili di vita per i portatori

Il documento sollecita, quindi, una revisione delle politiche pubbliche in termini di prevenzione, proponendo programmi di sorveglianza sugli organi a rischio e percorsi specifici dedicati all’alimentazione e agli stili di vita, così come un ampliamento dell’accesso ai test molecolari e alle terapie personalizzate. L’intento è chiaro: superare le attuali disomogeneità territoriali e costruire un sistema di tutela che sia davvero universale.

Salvo Testa, presidente della Fondazione Mutagens, ha precisato: La sindrome di Lynch è figlia di un dio minore: tra le sindromi ereditarie oncologiche è spesso dimenticata. Con questo progetto vogliamo portarla al centro dell’attenzione istituzionale, affinché il test genetico diventi un diritto garantito per tutti, e si colmi il divario esistente con altre condizioni genetiche oggi più tutelate.

Il position paper, che sarà sottoposto a istituzioni sanitarie nazionali e regionali come atto di advocacy e stimolo al cambiamento, dunque è un invito a non lasciare indietro chi, oggi, affronta il rischio oncologico con strumenti troppo spesso insufficienti e in un contesto ancora poco consapevole del valore della prevenzione genetica.